Raccontaci il tuo Festival 2016: la testimonianza di Alpinismo Molotov

Costruiamo insieme il festival di quest’anno a partire dai vostri racconti dell’anno scorso! Vi proponiamo la testimonianza arrivata da Alpinismo Molotov. Mandateci i vostri racconti, foto o video all’indirizzo mail: altafelicita@gmail.com

Visita guidata al Mostro e salita al Seghino. In Valsusa è #AltaFelicità

1) Visita guidata al Mostro

 

Partenza: Venaus, m 604 s.l.m.
Punto più alto: Giaglione, m 774 s.l.m.
Arrivo: Il Mostro. Chiomonte, m 600 s.l.m.
Distanza: km 11 circa (andata e ritorno)
Dislivello: m 400 circa
Tempo di percorrenza: h 5 circa (soste comprese)

 

INPUNTADISELLA: Chi passeggia in montagna (me compreso!) cerca di solito tranquillità, panorami da ricordare e scenari incontaminati. Raramente capita di scarpinare per chilometri allo scopo di ritrovarsi, alla fine… ai margini di un cantiere (per giunta Mostruoso.) Raramente, appunto, perché la montagna è anche conflitto e contraddizioni; e se questo è vero un po’ ovunque, lo è a maggior ragione in Val di Susa. Insomma: pane e vino per una spedizione di Alpinismo Molotov.

Quando con Caterina, la mia compagna, decidemmo di partire per il festival Alta Felicità, preparammo immediatamente scarponi da trekking, giacca impermeabile e zaino. “Non sia mai che andiamo in Val di Susa e non ci facciamo una bella escursione!”
Al primo giorno di festival, scesi dalla navetta che fa la spola tra Susa e Venaus, facciamo tappa all’infopoint e ci iscriviamo a un’escursione in programma per il giorno seguente: il Pertus e i Quattro Denti di Chiomonte. Preconizzando, però, un’appassionata frequentazione serale dello stand del Nucleo Pintoni Attivi (NPA), mettiamo a punto un “piano B” iscrivendoci alla meno impegnativa “Visita guidata al Mostro”: anziché alle nove del mattino, la passeggiata al cantiere dove si sta scavando il famigerato tunnel partirà alle undici.

La mattina seguente ci alziamo di buon’ora e siamo pronti per il Pertus: il vino del NPA è a “Postumi Zero”, ma il forte temporale in corso ci fa optare per la passeggiata delle undici. Grazie a questa serie di combinazioni incontriamo Mariano a Venaus, riconoscendolo tra gli altri partecipanti in attesa della partenza. Al primo sguardo mi rendo conto che qualcuno di noi ha sbagliato abbigliamento: Mariano potrebbe tranquillamente fare un giro al mercato mentre io sembro pronto a scalare l’Everest; guardandomi, mi si addice la descrizione della celebre Armatura Fantozzi: “Banderuola quattro venti in funzione di pennacchio, pauroso elmo vichingo con visibilità azzerata, sospensorio in bronzo sottratto alla statua di Pipino il Breve e, ai piedi, ferroni da stiro a carbonella di piombo fuso.” Ciononostante… si va! Alpinismo Molotov lungo uno dei sentieri che carbonai e contadini hanno percorso per secoli e che i No TAV da venticinque anni affrontano in nome dell’Alta Felicità.

MARIANO: Ma la colpa è di Daniele Gaglianone. Il suo film Qui (2014) si apre con un’intervista all’attivista Gabriella Tittonel lungo il sentiero che conduce al Mostro. Le riprese ritraggono una placida stradina che attraversa il bosco ma glissano sui tratti che la precedono, più scoscesi e accidentati. Fidandomi delle (purtroppo parziali!) inquadrature del film, mi vesto per un’escursione adatta a tricicli e passeggini; complice la pioggia del mattino, i tratti più ripidi e fangosi metteranno a dura prova le mie suole lisce!

Il mio abbigliamento si rivela azzeccato per la prima parte del percorso: lasciando il campeggio di Venaus alle spalle, attraversiamo il piccolo centro abitato dove si sta svolgendo un mercatino dell’artigianato. Una dozzina di scultori sta ricavando, da altrettanti tronchi d’albero, immagini di gufi; nei giorni successivi saranno installate lungo l’appena inaugurato Sentiero dei Gufi – un percorso ad anello che attraversa un bosco densamente popolato dai rapaci notturni. Come ci fa notare Wu Ming 2, si tratta di una celebrazione quanto mai opportuna, da quando Matteo Renzi ha iniziato ad associare ai gufi ogni tentativo di opposizione al suo Governo.

Tra sculture in legno, formaggi e dolci tipici, non manca la magia dei prestigiatori. Uno dei venditori propone, come unico articolo, la “scala di Giacobbe” – un passatempo noto sin dal Quattrocento, sul cui principio si basava la magia per piccoli militanti No TAV da me proposta a Bussoleno nell’aprile 2014. Dietro un altro banchetto riconosco il Mago Sax, al secolo Roberto Sacchetti; vende piccoli giochi di prestigio, tra cui gli intramontabili tre bussolotti. Il gioco è semplice: l’illusionista nasconde la pallina sotto un bicchiere, e… magia! in un attimo scompare, per finire inspiegabilmente sotto il bicchiere accanto. Sul tavolino di Sax va in scena, in miniatura, qualcosa che ci riguarda in prima persona: un esperimento di Magia Nera che un fetido mago ha in serbo per la nostra escursione.

INPUNTADISELLA: Siamo una cinquantina di persone di tutte le età, dai 6 ai 70 anni. Attraversiamo Venaus, c’è il sole e le montagne intorno si coprono a tratti di nubi. Su un muro, una scritta sbiadita ricorda la presenza di una vecchia osteria. Penso tra me e me che è tutto molto bello. Usciti dal paese, puntiamo la borgata di Giaglione: la strada inizia a salire, ma grazie al bosco siamo all’ombra e con Mariano e Caterina iniziamo una fitta discussione; è la prima volta che ci incontriamo di persona, e l’incrocio tra mentalismo e Alpinismo Molotov è piuttosto intrigante.

MARIANO: Tra gli oggetti della nostra conversazione c’è il libro Sum (in italiano Nella vita di là) del neuroscienziato David Eagleman: quaranta descrizioni di altrettanti ipotetici aldilà, uno più visionario dell’altro ma tutti rigorosamente possibili e logicamente coerenti. L’antologia, che ha incontrato il favore di credenti e razionalisti in egual misura, ci invita a immaginare gli esiti più variegati e assurdi per la nostra esistenza; senza che ce ne accorgiamo, tale riflessione si ripiega sulla vita che stiamo conducendo, ce la fa osservare da una prospettiva straniante e ci inchioda alla domanda suprema: qual è la miglior strategia da seguire se nessun aldilà possibile sarà migliore della vita in cui siamo immersi sin d’ora?

Impossibile non sentirne i riverberi sul qui-e-ora. L’Alta Felicità cui il Festival è intitolato non ha nulla a che vedere con i sorrisi di plastica dei Disney Store; non è la reazione all’ennesimo sconto del 50% per chi acquista entro la mezzanotte; non è il culmine di patinati seminari motivazionali, votati alla realizzazione del Sé e attorcigliati sull’ombelico dei partecipanti. È la consapevolezza che la battaglia contro il Mostro ci offre un anticipo degli scenari per cui stiamo combattendo: abbiamo chiaro l’obiettivo finale, ma non crediamo che la felicità sia la ricompensa della vittoria quanto piuttosto l’ingrediente del viaggio che vi conduce: come quello verso il cantiere, è un viaggio corale – perché alla “realizzazione del Sé” continuiamo a preferire la “realizzazione del Noi”.

INPUNTADISELLA: Abbiamo imboccato da qualche decina di metri la strada che porta a Giaglione e uno strano odore di saldatura e limatura di ferro fa capolino nelle nostre narici; non sappiamo se abbia a che fare con il cantiere, ma è come se il vento volesse ricordarci la meta della camminata.

Il tragitto non ci risparmia accenni all’epica della lotta, che sembrano messi lì per chi sa scorgerli. Arrivando a Giaglione, un cartellone didattico ricorda il passaggio dell’esercito di Annibale per quelle terre: le stesse dove il TAV e il suo esercito non passeranno mai.

Attraversato il paese si inizia a scendere: la strada si fa più stretta e l’asfalto lascia il posto a un sentiero delimitato da vigne e muretti a secco. La fila degli escursionisti si allunga e affrontiamo qualche breve tratto in cui i miei scarponi acquistano un seppur minimo senso. Le scarpe di Mariano… un po’ meno!

Il paesaggio intorno a noi è fantastico: i vigneti che si aggrappano ai pendii si alternano a tratti, coperti da roverelle e castagni. Facile immaginarsi con un cesto colmo di porcini. Caterina ci fa notare qualche pianta di assenzio che spunta sul fianco del sentiero. Per trovare buoni motivi per opporsi al TAV basterebbe quello in cui siamo immersi; mafia, speculazione finanziaria e inutilità dell’opera sono quasi un surplus rispetto all’idea che tutta questa bellezza venga risucchiata dall’Alta Velocità. Né il danno è limitato a queste terre: lungo tutto lo stivale luoghi come questo sono funestati da trivelle, impianti di risalita, autostrade e cattedrali nel deserto della stessa risma della linea ad alta velocità Torino-Lione…

Difficile trovare complicità con Mariano parlando delle vigne che ci circondano: il compagno di escursioni ammette di seguirmi con difficoltà, essendo “astemio sotto una certa gradazione.” Niente birra né vino, dunque. Bizzarro: come soffrire di vertigini solo sotto un certo dislivello. Ci rifaremo più tardi lungo la via del ritorno, sorseggiando insieme un delizioso Genepy locale.

MARIANO: Non lontano dal cantiere imbocchiamo un breve tunnel.

Noi siamo qui sotto, lo giuro: l’eco dei passi, le bandiere che sventolano, i canti e le risate lo provano oltre ogni ragionevole dubbio. Il mago malefico, al contrario, dice che siamo sotto l’altro bicchiere; sulle colonne de L’Agenda.News scrive che

le preoccupazioni degli operatori turistici dell’Alta Valle per il week-end ad “Alta Felicità” a Venaus, dove sono attesi dimostranti Notav da tutta Italia, si sono purtroppo puntualmente rivelate profetiche. Dieci kilometri di coda sulla autostrada del Frejus per l’attacco di attivisti Notav al cantiere. Un gruppo di manifestanti ha causato il blocco delle vetture, ferme in coda in tre gallerie: Mompantero, Giaglione e Cels.

Illusionismo della peggior specie. Il bieco tentativo di infangare il Movimento No TAV e aizzargli contro le ire di centinaia di macchine in coda. A svelare il volgare trucco è valsusaoggi.it: l’interruzione è dovuta a

un guasto ad un tir in salita, in direzione Bardonecchia. […] È completamente falsa la notizia, diffusa da un sito web locale, forse con l’obiettivo di aumentare le (poche?) visite che hanno sul portale, che ha invece inventato che l’autostrada era stata chiusa un “attacco di attivisti no tav al cantiere”. […] Una bufala colossale, pubblicata senza neanche interpellare le fonti, che è la prima regola di chi fa il giornalista di professione. “Non c’è stata nessuna azione di questo genere – fanno sapere le forze dell’ordine – non siamo intervenuti e non ci sono stati problemi di ordine pubblico”.  La smentita arriva anche dalla Sitaf e dalla Polizia Stradale: “La chiusura della galleria era dovuta ad un guasto ad un tir, non c’è stato alcun disordine coi No Tav”.

INPUNTADISELLA: Quando arriviamo alle reti da cui si scruta il cantiere dall’alto, improvvisamente cala il silenzio.

Guardi in basso e pensi: «Ma che cazz…» Le nostre guide, nel frattempo, spiegano dove siamo e perché sarebbe più corretto parlare di un “non-cantiere”. Il contrasto con quanto ci siamo lasciati alle spalle è stridente, il più classico dei cazzotti in un occhio: il tunnel, mai iniziato, è l’occhio di Sauron, il nulla della Storia Infinita, lo stargate che conduce direttamente nell’aula bunker del tribunale di Torino.

Ripartiamo attraversando di nuovo il tratto di bosco che conduce ai Mulini Clarea – e da un momento all’altro ti aspetti che Samvise Gamgee attraversi il sentiero con un po’ di pan di via.

Non facciamo in tempo a goderci l’atmosfera che, dietro una lieve curva, nei pressi di un ponte che attraversa un torrente, appaiono i tutori dell’ordine pubblico. Doppia fila di poliziotti con gli scudi, altri sparsi tra i castagni; c’è chi riprende con la telecamera il nostro gruppo, i visi di una tristezza quasi avvilente, una lunga fila di blindati alle loro spalle. Il dispiegamento di forze serve a impedirci di raggiungere le reti a protezione del cantiere, lungo i campi suddivisi in tante microparticelle di proprietà dei No TAV. Le guide riferiscono che i poliziotti affermano di bloccare il transito “per la nostra sicurezza”; considerato quello che succede regolarmente in Val di Susa, sembra più una minaccia velata (oltre che una corbelleria colossale!).

La reazione del gruppo non si fa attendere, e – come al solito – va in una direzione inaspettata. Qualcuno grida: «Quattro per una briscola! Quattro per una briscola! Quattro per una briscola!» Parte così un’agguerrita “quattrata” a pochi metri dalle forze dell’ordine – perché fare pressione al cantiere può significare anche questo: sfoderare quaranta pericolosissime piacentine.

Con Mariano facciamo qualche passo indietro per addentare un panino. Lì una signora della valle, una delle pazienti guide, ci racconta la storia del Movimento No TAV e la lotta che va avanti da venticinque anni. Spiega che in Valsusa l’attivismo ha cambiato il suo modo di vedere le cose, di leggere i fatti e interpretarli, invitandola a non dare mai niente per scontato: “Da casa mia si vede la Sacra di San Michele, e ogni sera – prima di andare a letto, non importa se alle dieci o a mezzanotte – apro la mia finestra per controllare se è ancora li; se le luci sono accese o spente e se l’abbazia è ancora al suo posto.” Sono colpito dalla potenza dell’immagine e non posso fare a meno di complimentarmi con lei.

MARIANO: Escursioni come questa giovano allo sguardo. La Sacra di San Michele che può scomparire è un monito paradossale sulla cui efficacia è difficile non concordare. Un altro compagno ci offre i suoi occhi per mettere meglio a fuoco l’escursione abortita: è il fotografo Michele Lapini, che lo scorso inverno aveva percorso questi sentieri per illustrare su Internazionale il reportage “Ovest” intrepuntate di Wu Ming 1. Suo è lo scatto che ferma nel tempo Noi e Loro, sul ponte dove la passeggiata è stata interrotta. L’Alta Felicità ha scelto un lato della barricata. La foto di Michele rende ovvio quale dei due.

Fotografia di Michele Lapini.


 

2) Escursione al ponte del Seghino

 

Partenza: Venaus, m 604 s.l.m.
Arrivo: Ponte del Seghino, m 700 s.l.m.
Distanza: km 14 circa (andata e ritorno)
Tempo di percorrenza: h 5 circa (soste comprese)

 

FILO SOTTILE: Alla battaglia del Seghino io non c’ero. Le notizie della vittoria nel fronteggiamento sul ponte e dell’inganno ordito nella notte mi raggiunsero il giorno dopo. Rabbia e sdegno dolevano: un miscuglio inestricabile di ustioni e lividi. Di lì a pochi giorni, avrei cominciato a passare nottate a Venaus. Il Seghino è stato lo sprone che mi ha spinto a mettermi di mezzo fisicamente contro il TAV.

Ero già stato a delle manifestazioni No TAV, la prima nel 2003, ma non ero andato oltre la marcia e l’osservazione partecipata e piena di simpatia per quella gente che mi sembrava inspiegabilmente un po’ diversa da quella che mi circondava ogni giorno poche decine di chilometri più a Est. Andavo alle manifestazioni soprattutto per quello, perché i No TAV mi mettevano il buon umore e sapevano emozionarmi. Erano i primi inconsapevoli passi della mia cura contro il cinismo e la rassegnazione.

Il Seghino si era fatto subito mito, nei giorni successivi ne avevo colto frammenti e versioni dalle voci e da quel poco che si trovava in rete. Non sapevo cos’era a impressionarmi di più: la levataccia, l’ascesa lungo i sentieri, il fronteggiamento sul ponte. Ma su cosa mi avesse spinto a dire: devo esserci anch’io, devo dare il mio piccolo contributo, non avevo dubbi. Era stata la beffa notturna, l’occupazione illegittima dei terreni da parte di LTF e forze dell’ordine.

E poi la militarizzazione. Attorno a Mompantero si era dispiegato un cordone di mezzi, armi e divise. A me erano subito venute in mente delle scene dell’Ombra dello scorpione di Stephen King, quando l’esercito mette in quarantena le città non si capisce bene se per impedire l’accesso, impedire la fuga o salvare la faccia. L’aneddoto più significativo l’avevo sentito raccontare da Nicoletta Dosio: una persona era morta all’ospedale di Susa e il corteo funebre che ne scortava la salma fino al cimitero di Mompantero era stato fermato e controllato.

Era la somma di tutte queste parti che aveva portato a Venaus me e tante altre persone. Mi ero risolto a indossare gli scarponi da montagna e a trascorrere nel buio, nel freddo, coi piedi nel fango, ore fra le più formative della mia vita.

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Quando nel programma del festival ad Alta Felicità ho letto della gita al Seghino, mi son detto: devo andarci. Tredici (gli anni di vicinanza alla causa No TAV) e sei (quelli di militanza in senso stretto) non sono numeri tondi, ma l’occasione va colta quando c’è. Ora c’era e volevo camminare in quei luoghi mentre quell’episodio mi veniva ri-raccontato, per poter dire: io non c’ero, ma se oggi ci sono è perché la storia in cui sono inserito è passata di qui.

Domenica mi presento abbastanza puntuale all’appuntamento e Simone mi dice: «Qui stanotte è finita alle 4, chi è che si alza per venire a fare la passeggiata?»

Arriva Maurizio e mano a mano vanno radunandosi le persone che vogliono raggiungere il Seghino. A dispetto del pessimismo iniziale alla fine ne conteremo settanta. Praticamente un corteo.

Maurizio lungo la strada si ferma, spiega, rievoca. Lui c’era. Giunti in piazza Bolaffi, a Mompantero, prende la parola Wu Ming 2. Anche lui è della partita. Bolaffi chi è? Sì, il filatelico italiano per antonomasia, ma non solo. Con il nome di battaglia di Aldo Laghi ha comandato la brigata partigiana Stellina, protagonista della battaglia delle Grange Savine. Proseguiamo. Ci fermiamo dove la strada comincia a inerpicarsi e Maurizio ricorda che quel giorno era un unico serpentone blu e nero di blindati delle forze dell’ordine. Saliamo fra tripudi di bignonie in fiore, afrori di fico e, una volta usciti dall’ultima borgata, lo sguardo spazia nel fondo valle: campagne, case, boschi e i piloni pachidermici dell’autostrada.

Già da qualche minuto seguo le conversazioni di Maurizio, Simone e Wu Ming 2. Nel pomeriggio è atteso Wu Ming 1. Viene a presentare un’anteprima del suo prossimo libro: Un viaggio che non promettiamo breve, 25 anni di lotte No TAV in Val Susa. Solo che Wu Ming 1 e la sua compagna sono fermi in autostrada, nei pressi di Tortona con la macchina rotta.

Per noi di Alpinismo Molotov, che del libro siamo i lettori di prova, e per tanti militanti che a vario titolo sono stati coinvolti nelle fasi propedeutiche alla scrittura, è una disdetta. Ancora non è finito, ma già lo sentiamo un libro nostro.

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Arriviamo al ponte. È stato qui che i No TAV hanno atteso e fronteggiato le forze dell’ordine nel 2005. C’è una targa posta dal movimento a commemorare la battaglia e scritte sui muri. Wu Ming 2 legge il brano di Un viaggio che non promettiamo breve in cui si racconta del Seghino. È estate, la giornata è calda e noi siamo comodamente seduti all’ombra, ma riusciamo quasi a vedere un tornante più sotto, la condensa dei fiati, le sciarpe e i cappelli e il cielo bigio dell’autunno di 11 anni fa. Alla fine si applaude.

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Jorn De Prècy, antesignano di tanti giardinieri sovversivi, sostiene che nel progettare un giardino se ne deve scoprire e rispettare il genius loci. La Val Susa (benché sia tutt’altro che una valle incontaminata) è un giardino e il movimento No TAV se ne prende cura e in ogni angolo di territorio scopre, rinnova e coltiva le relazioni con gli spiriti dei luoghi. La battaglia delle Grange Savine, non solo qui alle pendici del Rocciamelone, è un nume della nostra lotta. Un esempio di coraggio e accortezza, di tattica e buonsenso. I No TAV continuano ad alimentare il ricordo di questa storia e lo mettono in relazione con il presente. Qui il passato non è sotto vetro, ma contaminante, all’aria aperta. Scemato l’applauso, Wu Ming 2 attacca a leggere la relazione del comandante Laghi.

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Verso le sei Wu Ming 1 è arrivato, un compagno di Almese si è messo in macchina ed è andato a recuperarlo a Tortona. Sotto il tendone c’è il pienone. Dopo la prima lettura, io sono in prima fila, mi ritrovo il microfono in mano. Wu Ming 1 dice: «Dai, dì qualcosa.»

Così, preso alla sprovvista ho farfugliato qualcosa di informe, un paragone malriuscito fra il suo libro e il Festival ad Alta Felicità. Tolta la forma, sono quasi d’accordo con me stesso, ma è mancata una parola che avevo sulla punta della lingua, ma proprio non mi è uscita: rispetto.

Avrei voluto parlare del rispetto con cui Wu Ming 1 sta raccontando questa storia. Con uno studio approfondito e l’aiuto e il coinvolgimento di un sacco di persone che integrano, criticano, smentiscono, confermano. È una storia di parte, ovviamente di parte No TAV, ma che mira all’equilibrio ecologico, si inserisce nel clima narrativo della valle in maniera armoniosa.

Ora, a bocce ferme, penso che il vero paragone che avrei dovuto fare fra Un viaggio che non promettiamo breve e il Festival ad Alta Felicità è un altro. Entrambi, il libro e il festival, sono finestre aperte, entrambi dicono: «Ehi, abitanti del bel paese: guardate che succede qui a Nord Ovest. Guardate che gente c’è. Guardate che fanno e cosa gli sta accadendo.»

Ma entrambi parlano anche all’interno del movimento: «Ehi! Anarcoinsurrezionalisti No TAV,» ci dicono, «guardate cosa siete stati capaci di fare.»

Ed entrambi sono strumenti di lotta. Il festival ha una diversa funzione, ma vale come un volantinaggio, un avvicinamento alle reti, un’assemblea pubblica. Il libro mette in fila le storie che sono questa storia e si propone come ulteriore strumento per continuare a difendere il nostro territorio narrativo dalle deturpazioni di chi sta assassinando il nostro paese. Tanti mezzi per un unico fine. Ieri, mentre ci giocavo con mia figlia, ho pensato che se la nostra lotta è una morra cinese, noi siamo dei bari, perché ogni volta tiriamo giù contemporaneamente pietra, carta e forbice.

fonte: http://www.alpinismomolotov.org/wordpress/2016/08/01/visita-guidata-al-mostro-salita-al-seghino-valsusa-altafelicita/