Lo sgombero di Venaus – 6 dicembre

La sera del 5 dicembre al presidio di Venaus c’è la consapevolezza che possa essere il momento atteso dalle forze dell’ordine per tentare di riprendere con la forza i terreni sui quali deve essere avviato il primo cantiere della TAV. I turni al presidio sono serrati, molti valligiani lavorano di giorno e presidiano di notte e tutti dormono con il cellulare vicino pronti ad essere allertati.

Lungo la valle altri No Tav vigilavano l’eventuale passaggio anomalo di mezzi delle forze dell’ordine come vedette di altri tempi.

Durante la notte al cellulare del presidio arriva la comunicazione: una colonna di mezzi blindati con una ruspa sta risalendo la valle. Viene attivata la catena di telefonate, gli amministratori vengono allertati, le campane del Paese suonano per dare l’allarme ed alle barricate ci si prepara a difendere il presidio. Qualcuno grida: li abbiamo fermati una volta, proviamoci ancora. Il ricordo della battaglia del Seghino è fresco.

Alle 3.30 della notte le forze dell’ordine attaccano il presidio con una violenza inaudita. L’immagine che resterà impressa nella memoria collettiva è quella del questore Sanna sopra la ruspa che incita alla distruzione della barricata a valle, al grido di uccideteli, con i presidianti che la proteggono.

Le cariche sono selvagge e superate le barricate, dal prato, le forze dell’ordine colpiscono chiunque trovino. Chi era rimasto nelle tende viene picchiato selvaggiamente, persone anziane vengono rincorse e manganellate, molti sono i feriti. In seguito tutti i presidianti vengono spinti all’interno della baita del presidio mentre al di fuori continua la distruzione da parte degli agenti di qualsiasi cosa trovino (tende, oggetti). Le ambulanze non vengono fatte passare e le prime cure vengono prestate dentro il presidio.

Dentro il presidio lo spazio è poco, gli agenti  non vogliono far uscire nessuno, ma i No Tav resistono uscendo dalle finestre e tenendo la porta, ci sono momenti continui di spinta e qualche piccolo tafferuglio; la tensione è alta, ogni tanto giunge qualcuno malmenato preso nel prato. I presidianti della barricata più a valle, più giovani riescono ad arretrare incordonati, restituendo un immagine di orgoglio e forza nonostante la disparità di forza.

Dalla valle giungono moltissime persone che non vengono fatte avvicinare da uno schieramento dei carabinieri a valle del presidio. Quando le forze dell’ordine decidono lo sgombero dell’area scortano i presidianti fuori dalla zona del presidio ed i due raggruppamenti possono riunirsi.

Le violenze subite, l’inganno con il quale sono stati ripresi i terreni, non sono accettabili i presidianti e i No Tav accorsi riunitisi provano ancora a resistere contro gli scudi plexiglass dei carabinieri per far vedere alle truppe che nonostante tutto a sarà dura!  I momenti di scontro sono ancora molti e ci sono altri feriti gravi. I mezzi di soccorso restano ancora bloccati e per provare a farli passare i valligiani tentano di forzare nuovamente lo schieramento degli agenti.

In mezzo a questo scenario sei tecnici della CMC, con il passamontagna calato sul volto sfilano tra i presidianti schiacciati ai due lati dalla polizia. Le reti che tengono in mano saranno divelte pochi giorni dopo e in quell’area non arriveranno mai a lavorare.

Mentre sui giornali si legge la dichiarazione del Ministro Lunardi «Mi auguro che si mettano il cuore in pace tutti perché tanto l’opera si fa, i cantieri sono aperti» si decide di spostare la protesta a Bussoleno: Per giorni la Valle resterà chiusa per lotta.